Inutile girarci intorno: qualunque forma di arte - non importa a quale livello praticata; nemmeno importa, al limite, quali ne siano gli esiti estetici - è un tentativo di ribellione all’inesorabile destino che compete all’uomo. Un tentativo per ciò stesso umano, perché dell’uomo persegue un’istintiva, insopprimibile esigenza di spiegarsi le ragioni ultime e di opporsi all’annientamento che grava su di lui; con un innesco di divino, però, perché la consegna misteriosa risiede proprio nello sforzo di distruggere lo spartiacque fra l’uomo e il dio, nel salto estremo dalla caducità all’immortalità.
Alla regola universale non sfugge Bobo Pernettaz con i suoi lavori di alta sartoria su elementi poveri, novello Gualtiero Marchesi della composizione su tavola.
Il suo è un esorcismo, un rito laico del culto dell’eternità, frutto di una profonda meditazione sull’essere e sulla sua sorte, la stessa meditazione contro cui si sono infranti i sofismi delle filosofie escogitate nei millenni.  
Al contatto, al confronto con le domande irrisolte Pernettaz giunge senza mediazioni che non siano terra, legno, tessuti - materiali cioè del vivere quotidiano, semplice e saggio. Materiali della resistenza più vivace e meno scontata alle mode, al transeunte, all’effimero perché - ce lo insegnano i profeti, i messia come i poeti - per penetrare i recessi dell’esistenza occorre farsi curiosi come fanciulli, modesti come gazze e leggeri come foglie.
Ecco perché le opere di Pernettaz, uomo sanguigno e goloso, pur cimentandosi con un rapporto perpetuamente inappagato, non cedono mai al pessimismo, ma ogni volta rinnovano una sorta di elegia laica alla carne. Lo fanno con i colori e con le forme, che, anche quando sbranate e apparentemente distorte, assecondano, nella loro finale ricomposizione ad unità, la legge ineffabile che vi giace al fondo.
Opere di speranza, intocche dalla malinconia. Come a dire: piuttosto la sconfitta, ma che sia vita.
Come nei due nudi di donna esposti nel suo atelier - uno frontale, elegante e placato; l’altro di profilo, vibrante nella torsione inquieta del busto - che sembrano ammonire chi guarda, ricordandogli il loro immane progetto di vita: la carne potrà passare, ma intanto - orgogliosamente - è stata.

Valdo

 


Egli dimostra con la sua arte che la poesia esistenziale può essere raggiunta nella semplicità dell’utilizzo dei legni che “esausti” non sono. Il suo stile espressivo agisce tra pittura e scultura e porta nel campo della tradizione espressiva valdostana un nuovo modo di interpretare la realtà. Grazie a questo mondo creativo dell’artista si aprono degli orizzonti che portano a delle emozioni intime e intense fatte di semplicità e di riflessione. Gli animali, gli oggetti, le persone sono attraversati da un afflato interiore e svincolati dal limite della materia e della tecnica. Con le sue creazioni Bobo interpreta in modo moderno e internazionale il respiro poetico della vita e permette di uscire dai limiti ripetitivi di una tradizione che viene così ridisegnata in un’ottica di apertura al futuro e al diverso.
Maurizio Bal

 


Ho trovato le sue opere molto suggestive, un linguaggio robusto, senza esitazioni, la forza della creazione che plasma, scolpisce, frammenta con decisione e fermezza, la scelta dei materiali che contribuiscono a connotare il suo 'stile' in una sorta di corpo a corpo tra idea e materia.
Vilma Torselli

 


Mon cher,
je ne considère pas tes oeuvres comme du simple artisanat typique, parce que dans, dedans tes réalisations, tu exprimes directement ton âme et ton esprit. Tu exprime ton "toi" caché qui n'est pas répété et répétitif. Tes sensations du moment, mêlées à tes sentiments profonds, surgissent et vivent dans le bois "épuisé". Quand tu le fais revivre, le bois, redevient vivant.
Merci, mon cher, pour ton travail unique.
Jo Gal

 


Aosta, mercoledì 14 luglio, libreria Mondadori, nel cortile accanto a Piazza Chanoux incontro Bobo Pernettaz. Lo conosco dai tempi dell'infanzia ma l'ho rivisto da pochi anni. È personaggio eclettico e originale. Ha uno sguardo intenso dal quale si capisce che le cose le fa molto seriamente, malgrado un vasto versante ironico della personalità che sfocia volentieri nel sarcasmo. Oltre la libreria e il lessico che sfodera con destrezza, ha interesse per l'arte figurativa. Scolpisce il legno, come è tradizione di queste parti, e lo fa con poesia.
Sandro Lazier

 


Il libero sarto di Brusson crea disegni come fossero dei sogni. Ricompone esausti legni, distinguendo nascoste connessioni. Il suo soffio di poeta crea rinascita: un nuovo ciclo di circuito naturale, come codice primordiale - immutato - come frattale, ripetuto all’infinito. per bobo da sofia (una sera di febbraio)
Sofia


L’uomo dal panciotto blu squadernò il sacco di iuta di uno zuccherificio d’altri tempi e lo inchiodò alla parete come sfondo alla breve storia che intendeva narrare. Seduto su un casuale sgabello, un uomo affaticato stringeva la bandiera bianca che lo aveva accompagnato fino a quel punto del cammino. Un drappo che non era però segno di resa, ma rappresentava il candore che lui sempre aveva opposto alle asprezze della vita, augurandosi di limitarne i dolori. Speranza mal riposta perché, nel mondo degli uomini, candore e semplicità sono spesso ulteriore motivo di scherno e di accanimento irridente… La sua stanchezza era dunque anche per quello, per tutto ciò che, lungo i suoi percorsi, aveva dovuto subire. Poco più in là, a margine del sacco di iuta, una donna guardava lontano e nei suoi occhi, persi in un irraggiungibile altrove, c’era la malinconia per qualcosa che non avrebbe saputo dire. La vita delle donne è pesante da sempre: i figli a un certo punto vanno via, la bellezza sfiorisce e gli sguardi degli uomini non le comprendono più… “Rimani da sola, ma sei ancora forte e continui a pensare al domani che giorno per giorno ti devi ogni volta inventare”. Tra i due personaggi, un cavallo, stanco di carri trainati a fatica e some mal bilanciate, guardava appena un poco più in là, sulla linea dell’orizzonte, tre mucche e cinque pecore, tranquille a godersi il tramonto. Per loro il passato non contava e neppure il futuro significava qualcosa. Vivevano la serenità di un presente che comprendeva passato e futuro, e cioè il tempo immobile delle divinità e delle creature più semplici. In loro non c’era stanchezza né malinconia e nemmeno la fatica dei troppi carichi sopportati. Non avevano padroni e volevano andare lontano. L’uomo dal panciotto blu guardò perplesso il suo sacco di iuta con i personaggi in posizione d’inizio… ma la storia doveva procedere e la disposizione che sulla tela aveva trovato per ciascuno di loro, avrebbe dovuto per forza di cose mutare. Un vero peccato… ci aveva pensato un bel po’ per stabilire quell’ordine. Ma ogni storia, si sa, ha una logica sua che quasi mai è quella voluta. Il cavallo mosse verso la linea dell’orizzonte dove pecore e mucche stavano ancora aspettando, poi fu la volta della donna e infine dell’uomo. Un attimo ancora poi tutti quei personaggi, uomini e bestie, sarebbero usciti dai bordi del sacco di iuta alla ricerca della libera terra dove, si sapeva, regnava la semplicità… Ora, sullo sfondo di iuta da zuccherificio d’altri tempi, non rimanevano che il casuale sgabello e la bandiera bianca (di quella non ci sarebbe più stato bisogno)… e poi c’era lui, l’uomo dal panciotto blu che ancora doveva raccontare la storia e non si capacitava che i suoi personaggi lo avessero lasciato da solo.
Amedeo Bologna

 


Maestro il Suo sollecito a visitare la Sua mostra mi ha commosso e ad un tempo mi ha esaltato. Questa attenzione mi ha fatto sentire parte di quell'olimpo dell'arte del quale pochi eletti, tra i quali Lei, sono sostanza e spirito. Pertanto, a costo di farmi pellegrino scalzo, raggiungerò il luogo eletto ove sono raccolte le Sue opere; abituando i miei occhi a guardare il sole per non essere accecato da Suoi capolavori.
Alberto Cerise

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